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La posizione di UPBIO sulla proposta PAC post 2013

 

Considerazioni generali
Una nuova  proposta di PAC è sicuramente gradita dai produttori bio. Per anni le aziende bio sono state penalizzate per aver gestito il terreno con corrette rotazioni, evitando monocolture e ringrani, ottenendo grazie a queste pratiche ambientali, premi PAC inferiori agli altri. Oggi finalmente un riconoscimento del biologico, nel suo ruolo di produzione di qualità, ma soprattutto un riconoscimento di quel servizio che svolge nei confronti di beni comuni come la tutela della biodiversità, la difesa delle acque e il ruolo attivo nel raggiungimento degli obiettivi del protocollo di Kyoto, in generale un sistema attivo di difesa del “bene comune” che è la terra.
Siamo quindi favorevoli ad una rivisitazione della PAC in un'ottica di una meritata premialità per un' agricoltura virtuosa. Del resto, fertilizzanti, monocolture, lavorazioni profonde, forti meccanizzazioni, hanno portato l'agricoltura ad utilizzare 10 volte l'energia che si produce sotto forma di cibo.
Oggi, secondo un approccio convenzionale, per produrre una caloria di cibo si usano 10 calorie di energia fossile. Anche di questo occorre tenere conto in un momento in cui l'energia costa sempre di più e le politiche per un suo risparmio sono sempre più importanti.
Per questo una scelta forte di premiare l'agricoltura biologica sia sotto la forma degli aiuti diretti per le “pratiche agricole benefiche per il clima e l'ambiente” (detto greening), che sotto il riconoscimento di una misura a se dentro lo sviluppo rurale, è da considerarsi una scelta politica intelligente e necessaria, fosse anche solo per giustificare che la spesa del 40% del bilancio comunitario va al settore agricolo.
Ancora oggi consumiamo milioni di tonnellate di fitofarmaci all'anno, continuiamo a inseguire la monocoltura che ci porta cibo a basso costo, ma che impoverisce i terreni e li rende sterili, che ruba ricchezze alla società, che costa al sistema sanitario milioni di euro. In altre parole, stiamo ancora finanziando un'agricoltura che ha un altissimo costo indiretto che viene comunque pagato dalla società, che genera problemi attuali come la resistenza agli antibiotici o l'inquinamento delle falde acquifere.
Si teme che questa proposta possa portare a ridurre le terre coltivate e quindi crei i presupposti per una crisi alimentare, ma questo non è veritiero. Le terre coltivate sono diminuite proprio in questi anni in cui si premiava la quantità e non la qualità delle produzioni, il bio invece ha sempre retto le crisi nonostante non ci fossero forti incentivi. L’Italia non può competere sulla quantità di cibo. Oggi, e sopratutto domani, e sopratutto per il nostro paese, il problema sarà la qualità di questo cibo. Per avvicinare i giovani, non servono solo premi di insediamento, ma una politica che garantisca loro una redditività degna. Il biologico ha avvicinato più giovani all'agricoltura di quanti ne abbia invogliati l'agricoltura convenzionale. Per questo, per una coerenza nelle scelte fatte nella proposta PAC, il bio è giusto che sia la soluzione per l'agricoltura del futuro, permettendo con passaggi a scalare anche scelte diverse, ma sempre indirizzate fortemente ad un'agricoltura “ambientale”.

 

Note alla proposta della Commissione Europea


 

 

Il Budget

Condividiamo la battaglia in sede comunitaria per un recupero di budget a favore dell’Italia che contribuisce, come noto, al 14% del budget agricolo e raccoglie solo il 10% degli aiuti della PAC. Il forte squilibrio dei premi unitari di aiuto diretto tra regione e regione va superato o con la nazionalizzazione della redistribuzione o comunque, se si opta per la regionalizzazione, con un range massimo (rapporto 2:3) stabilito a livello nazionale entro il quale si possano muovere i premi delle diverse regioni. Non siamo favorevoli a premiare solo le colture intensive. Assegnare il budget sulla base della superfici penalizza l'Italia, ma occorre stare attenti a introdurre parametri tipo la PLV. Se questa non è indicizzata rispetto a parametri qualitativi, si rischia di premiare ancora le monocolture, la massimizzazione della quantità a scapito delle produzioni di qualità.
E' naturale chiedere che non siano tagliati fondi all'Italia, ma noi evidenziamo che non è solo la quantità dei fondi ad essere importante, ma la qualità della spesa.

 


Il Greening

La misura non è un criterio di accesso alla PAC, ma un premio aggiuntivo  accessibile ad ogni tipologia di azienda, che può scegliere di ottenerlo o aderendo al sistema dell'agricoltura biologica o sottostando alle altre regole. Non è un taglio netto alle aziende, ma una richiesta di maggiore impegno che nel passato.
L'esperienza del bio ha fatto da scuola anche per una banca dati della produzione, coi Piani
annui di Produzione, i piani di rotazione, fino alla specifica delle colture sul dettaglio del particellare. Anche le critiche dell'appesantimento burocratico e la difficoltà di verifica di un greening così come è proposto non sono sostenibili; certamente occorre porre attenzione alla controllabilità degli impegni, quindi prevedere strumenti di registrazione e di verifica, ma a fronte di un pagamento aggiuntivo anche le aziende non biologiche potranno dotarsi di sistemi di registrazione come le aziende bio fanno da anni.
Per questi motivi il greening va mantenuto; forse riflette troppo l’agricoltura del Nord Europa, ma occorre  stare attenti a non annacquare un sistema di premialità che, così come è scritto, non è punitivo per le aziende, ma di stimolo.
Semmai occorre innalzare l'asticella di selezione per le aziende non bio, inserendo un riferimento all'assenza di coltivazioni OGM, ed evidenziando che l'accesso “de facto” per il bio si applica solo alle unità dell'azienda dedite alla produzione biologica e non per tutta l’azienda sic et simpliciter quando si tratta di azienda a conduzione “mista” pur se gestita in osservanza delle norme vigenti.
Per UPBIO non si configura alcuna sovrapposizione, e di conseguenza alcuna doppia compensazione, tra il  greening  e quanto riportato nell'ambito dell'Art. n. 30 della proposta dello Sviluppo Rurale.
Non condividiamo l'esigenza di aprire il greening alle colture perenni: frutteti, vigneti o altre arboree solo in quanto arboree; semmai queste colture possono essere inserite se elementi costitutivi di una biodiversità di paesaggio (per es. gli uliveti ed i vigneti delle colline dell’Italia Centrale o gli uliveti dell’Italia meridionale) e comunque per coltivazioni condotte secondo criteri con  impatto ambientale minore rispetto alla normale condizionalità e BCAA.
Il greening prevede un impegno ambientale, quindi non è proponibile un inserimento automatico per le zone delle direttive specifiche ambientali europee, anzi su questi territori deve quanto mai essere stimolata una scelta fortemente ambientale, a basso impatto, come il bio.

 


La definizione di Agricoltore attivo
Premettiamo che in linea di principio deve essere considerato agricoltore attivo chi vive e ricava il suo reddito dall’agricoltura (coltivatore diretto o IAP), ma se è vero che la PAC è legata alla capacità dell'agricoltura di fare tutela del territorio, paesaggio e  presidio territoriale e alla necessità di tutelare proprio i territori marginali e poco produttivi come i terrazzamenti, non adatti alla produzione professionale, allora troviamo inevitabile che per i territori marginali la PAC vada  anche a tutti coloro che fanno agricoltura in quei territori, anche se non rivestono la qualifica di imprenditori agricoli professionali.
Dobbiamo anche ricordare che la PAC deve essere un'integrazione e non andare a bilancio nei conti delle aziende. Se in questi anni è successo che le aziende si sono dimenticate degli obiettivi della PAC e la hanno considerata una voce fondamentale nei bilanci aziendali, allora questo è un errore politico. Occorre recuperare il valore della produzione, puntare ad accrescere il reddito agricolo ed extraagricolo e rimettere i contributi della PAC nel loro corretto ruolo di “premio” per i servizi che l'agricoltura fornisce, in tutte le sue forme, alla società. Se detto premio oggi è sentito come necessario, allora va cambiata gestione, perchè non può essere considerato dovuto a prescindere.

 

 

La burocrazia

I timori che abbiamo sulla proposta di nuova PAC sono principalmente legati al rischio di aumento di burocrazia che questo può portare e chiediamo di evitare qualsiasi modifica che possa anche minimamente aumentare il lavoro burocratico a carico degli agricoltori. In tale quadro condividiamo la proposta di aiuto forfetario per i piccoli agricoltori sottoposti a controlli semplificati con domanda d da presentare solo al primo anno.

 


Il Capping

Pur essendo il mondo del bio il settore con la media aziendale maggiore, condividiamo la necessità di mettere un tetto ai pagamenti per allargare la base dei beneficiari.
Evidenziamo inoltre che sopra i 100,000 euro sono solo lo 0,4% dei premi e che da questo conto resta escluso il greening, e vengono detratti i costi dei salariati, premiando così le aziende che impiegano manodopera, anzi stimolando la conversione delle grandi aziende verso una produzione che coinvolga un maggior numero di addetti.
Nella sostanza si prevede che resterebbero penalizzate solo le aziende senza dipendenti, a partire da oltre 750 ettari, senza spese e impegni ambientali.

 


Misure di mercato

Contro le crisi dovute alla volatilità dei prezzi sono i introdotti nuovi principi ed ipotizzati nuovi strumenti principalmente in campo assicurativo. Peraltro si introduce la obbligatorietà del riconoscimento di OP e AOP in tutti gli Stati Membri. Il punto è che i fondi messi a disposizione sono assai modesti. E’ positivo che gli aiuti alle OP, AOP e OIP, siano definiti esenti dalle norme antitrust. Approviamo che finalmente nella proposta di nuova PAC si esalti la filiera corta e la cooperazione come strumento per realizzarla.

 

 

Lo Sviluppo Rurale 

 

Siamo ovviamente felici di vedere riconosciuta l'agricoltura biologica come misura a se stante nel secondo pilastro. Viene finalmente riconosciuto il suo valore oggettivo per gli obiettivi dei PSR.
Visto che la misura agroambientale sarà obbligatoria, a maggior ragione anche la misura del biologico dovrà essere prioritaria ed essere isnerita obbligatoria nei PSR. La sua applicazione non configura alcuna sovrapposizione con il Greening, e di conseguenza nessuna doppia compensazione per le aziende che, aderendo al bio, avranno diritto al premio aggiuntivo del greening e alla misura bio del PSR.
Oltre a questo abbiamo decenni di azioni sull'agroambiente che hanno dimostrato la necessità di un premio maggiore al biologico rispetto alle altre azioni della stessa misura, chiediamo quindi che direttamente in questa fase di scrittura della PAC si prevedano massimali superiori per il bio. Chiediamo anche che le misure dei premi siano regolate in modo uniforme a livello nazionale, con deroghe minime quando giustificate da alcune condizioni pedoclimatiche locali.

 


Dato l'interesse che è dimostrato esserci per il ruolo ambientale che ha l'agricoltura e per dare coerenza al piano e per permettere uno sviluppo completo e professionale della filiera del biologico suggeriamo alcuni emendamenti al documento come quello di inserire tra i sottoprogrammi tematici anche l'agricoltura biologica, di inserire anche le aziende che aderiscono al regime di produzione biologica tra i “regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari”, e la consulenza specialistica per le produzioni biologiche relativamente alla coltivazione, all'allevamento, alle filiere, al marketing.

 

Conclusioni

Alla politica  chiediamo di riconoscere la necessità di innovare il settore, di dare professionalità e futuro e alla nuove generazioni, di riconoscere al ruolo dell'agricoltore un ruolo di tutela del territorio. 
Cerchiamo  però una politica che faccia tesoro delle esperienze passate: che evidenziano che le aziende giovani fanno bio, che il bio ha retto alle crisi di mercato, che i prodotti bio sono cercati dai consumatori e dalla distribuzione, che il biologico svolge una funzione fondamentale per la tutela della biodiversità, che le aziende più vivaci in termini di multifunzionalità, dall'agricoltura sociale, alla tutela delle identità culturali, sono le aziende bio.
Promuoveremo una politica che non rifaccia gli stessi errori del passato: cercando solo mediazioni con gli interessi di chi oggi ha goduto di eccessivi privilegi, che non premi chi spreca energia, che riesca a vedere oltre al dato della produzione ad ettaro, ma che guardi anche ai costi indiretti che le forzature della produzione scaricano sulla società, sulle conseguenze sanitarie di determinati metodi. Una politica che non premi chi oggi ha grandi responsabilità nelle forme di resistenza batteri agli antibiotici, nell'inquinamento delle falde, nelle malattie professionali degli addetti al sistema agricolo.
 
Abbiamo un sogno: una  politica forte, decisa, che vede nello sviluppo e tutela del bio l'obiettivo prioritario.